Steven Greenhouse Umiliati e arrabbiati – Passato, Presente e Futuro del Movimento Operaio americano [1] (prima parte di tre)

– di Roberto Campo

Il libro di Steven Greenhouse, che per 14 anni per il New York Times si è occupato di lavoro e sindacato, merita di essere conosciuto anche da noi, pur scontando che difficilmente verrà tradotto in Italiano. Nonostante tutte le differenze tra il mondo del lavoro statunitense e il nostro,  i fenomeni che descrive ci sono per molti versi familiari. Il libro non è solo interessante, ma è bello, già a partire dalle citazioni d’apertura. Quella di Frederick Douglass, lo straordinario personaggio che, nato schiavo, divenne un importante intellettuale americano: if there is no struggle, there is no progress (se non c’è lotta, non c’è progresso). E quella di Thomas R. Donahue, presidente del sindacato americano AFL-CIO: The only effective answer to organized greed is organized labor (la sola risposta efficace all’avidità organizzata è il movimento dei lavoratori organizzato).

“Milioni di Americani sanno poco sulle conquiste fatte dai sindacati nel corso della storia americana e di quanto il movimento dei lavoratori abbia avuto un ruolo importante, ancorché spesso misconosciuto, nel fare dell’America la grande nazione che è oggi” – scrive Steven Greenhouse nell’introduzione.

Il sindacato ha dato il contributo decisivo alla creazione della più vasta classe media del mondo. Di contro, il declino dei sindacati ha contribuito ad aggravare tutti i maggiori problemi del Paese: la crescete diseguaglianza dei redditi, la stagnazione dei salari, la mobilità sociale in diminuzione, il gran numero di lavori sottopagati, oltre che il legarsi della politica sempre più alle corporazioni e ai finanziatori più ricchi e sempre meno al movimento dei lavoratori. Oggi in America c’è il sindacato più debole di tutti i Paesi avanzati. Un presente spesso orribile, un passato duro ma con momenti gloriosi. C’è però anche un futuro, che potrebbe riservare sorprese positive: Greenhouse racconta diversi episodi che farebbero pensare ad un’inversione di tendenza rispetto al declino del sindacalismo americano.

Il libro, dunque, è costruito in tre parti, che si intrecciano: una sul passato del sindacalismo americano; una seconda sul suo lungo declino, a partire da metà anni ’70; una terza, su una serie di vicende recenti che fanno sperare in un riscatto.

LE CONQUISTE DEL PASSATO

Tra gli episodi del passato trattati nel libro,

  • la sollevazione delle 20.000 camiciaie di New York del 1909;
  • lo sciopero sit-down allo stabilimento di Flint, Michigan, della General Motors del 1936-37;
  • Lo sciopero dei lavoratori della raccolta rifiuti di Memphis del 1968.

Altri episodi che vengono solo sommariamente citati: l’organizzazione sindacale dei Knights of Labor; i primi scioperi ferroviari; lo sciopero tessile di Lawrence, Massachusetts, del 1912; l’anarco-sindacalismo dei Wobblies; gli scioperi generali di Minneapolis e San Francisco del 1934; lo sciopero delle piccole acciaierie del 1937.

Le ventimila camiciaie di New York (1909)

La vita di fabbrica all’epoca era durissima: divieto di canto, di risa, di parola; perquisizioni arbitrarie; molestie sessuali; estorsione di caparre per garantire la non iscrizione al sindacato. Il personaggio-chiave di questo conflitto fu Clara Lemlich, ebrea, immigrata ucraina a New York.

I proprietari delle fabbriche risposero alla mobilitazione con la serrata, l’uso di bande di prostitute e teppisti contro le lavoratrici e i picchetti.

Polizia e giudici furono apertamente ostili alle lavoratrici. Un magistrato dichiarò che lo sciopero era contro Dio e la Natura (e G. B. Shaw lo prese in giro per questo). La Leimlich subì un duro pestaggio, che anni dopo commenterà così: unions aren’t built easy (i sindacati non sono facili da costruire). Il 22 novembre 1909 si tenne un’assemblea di massa alla Cooper Union’s Great Hall. Il Presidente della AFL, la confederazione americana, non vedeva bene lo sciopero delle camiciaie e sottovalutava le donne. Poi prese la parola Clara Leimlich, in yiddish, e chiese lo sciopero generale.

Si giurò per lo sciopero, che un giornalista definì “a show of women’s power” (una dimostrazione del potere delle donne). Le richieste: settimana di 52 ore; un aumento del 20% del salario; ferie pagate; basta con il costo di ago e filo a carico delle lavoratrici; riconoscimento del sindacato, l’International Ladies’ Garment Workers’ Union (ILGWU). Tra gli slogan del durissimo sciopero, che verrà ricordato come the uprising of the 20.000 (la sollevazione delle ventimila), questo: starve to win, or you’ll starve anyhow(fate la fame per vincere, o la farete comunque).

L’aiuto, insperato, decisivo, venne dalla … brigata impellicciata, la mink brigade, alcune delle donne più ricche di New York, che solidarizzarono con le scioperanti.

Si giunse così all’apertura del negoziato, ma permaneva il rifiuto di riconoscimento del sindacato, per cui lo sciopero continuò. Molte aziende cominciarono a cedere. La Blanck-Harris non riconobbe il sindacato, ma accettò che vi fossero degli iscritti. Il commento della Leimlich: well, we showed them! (be’, gliel’abbiamo fatta vedere!). Questo sciopero vittorioso ispirerà quello dei mantellai del 1910, che si chiuderà positivamente con un Protocollo di Conciliazione e Arbitrato.

Lo sciopero sit-down alla General Motors (1936-37)

Cos’è uno sciopero di tipo “sit-down”: invece della modalità tradizionale di sciopero, in cui gli scioperanti sostavano davanti ai cancelli della fabbrica, esposti a freddo, pioggia e neve, spesso oggetto di attacchi polizieschi, e con i crumiri che intanto prendevano il loro posto in fabbrica, con lo sciopero “sit-down” i lavoratori restavano in fabbrica, occupavano il loro posto di lavoro. La General Motors non era solo grande, era colossale. Sfidarla sembrava fuori della portata dei lavoratori. L’epicentro dello sciopero fu lo stabilimento di Flint, nel Michigan. Lo sciopero fu una vera e propria battaglia, il più importante sciopero del secolo in America. Walter Speck lo celebrò con questo lavoro, The Mural, del 1937, dipinto per la sezione Local 174 della UAW, il sindacato dei lavoratori dell’auto.

Lo sciopero di Flint della General Motors vide il sindacato dell’auto, la UAW, United Automobile Workers, muovere i primi passi. La General Motors mobilitò le sue spie: nel 1936, ben 5 su 13 componenti dell’esecutivo sindacale a Flint erano spie GM o Pinkerton.

Le riunioni sindacali entro i confini della città di Flint erano proibite. Il potere dei capi era assoluto, la fabbrica abbrutente.

La vicenda di Flint è anche intrecciata con le novità intercorse nel sindacalismo americano con la nascita del CIO (Congress of Industrial Organizations), nel 1935, organizzato per industria e non per mestiere. Tra CIO e AFL lo scontro fu grande e culminò con la rottura del 1938. La UAW decise di andare con il CIO (come si vede anche nel murale di Speck). La rottura si recupererà nel 1955, con la fusione e la nascita della AFL-CIO.

La UAW chiedeva a GM un negoziato nazionale, che l’azienda rifiutava. Ne venne fuori un’eroica battaglia, in cui GM mise in campo anche un sindacato giallo, la Flint Alliance. Il New Deal, però, aiutava la sindacalizzazione. L’atteggiamento del Presidente Roosevelt, favorevole al negoziato tra le parti in General Motors, fu prezioso. Frances Perkins, segretario del Lavoro con Roosevelt, intervenne con decisione a favore degli scioperanti e strapazzò Alfred Sloan, il Presidente della GM. Frances Perkins aveva visto, da ragazza, l’atroce incendio alla camiceria Triangle Waist Factory di New York, il 25 marzo del 1911, in cui erano morti bruciati 146 lavoratori, soprattutto ragazze, dell’Est Europa e Italiane. Quel rogo la segnò. Diventata una riformatrice sociale, ricorderà quel tragico sabato come il giorno in cui nacque il New Deal. A proposito del rogo del 1911, Greenhouse ricorda un’altra grande donna del sindacalismo americano, Rose Schneiderman, ebrea, di origine polacca, femminista e socialista, e il suo discorso memorabile alla commemorazione dei 146 morti: “non è la prima volta che delle ragazze vengono bruciate vive in questa città (…); la vita di uomini e donne vale così poco mentre la proprietà è così sacra” …

L’accordo arrivò dopo 44 giorni di lotta. Il giorno dell’accordo, i lavoratori sfilarono trionfanti, al canto di Solidarity Forever, l’inno sindacale scritto nel 1915 da Ralph Chaplin, sulla melodia di John Brown’s Body/Battle Hymn of the Republic.

Una delle strofe dice: siamo stati noi lavoratori ad arare le praterie / costruire le città dove commerciano / scavare le miniere, costruire le fabbriche / posare milioni di miglia di rotaie / e ora ce ne stiamo privi di tutto e poveri / tra le meraviglie che abbiamo costruito / ma l’unione ci restituirà la forza! Dopo Flint, arrivarono gli accordi Chrysler 1939 e Ford 1941.

Memphis 1968

Un’altra lotta sindacale vittoriosa, che si andò ad intrecciare con la lotta per i diritti civili. I giovani afro-americani tornati dalla guerra, al Sud trovano lo stesso Sud razzista di sempre. “Boy”, vengono chiamati questi giovani neri, ma non sono ragazzi, sono uomini. “I am a Man”, proclamano con orgoglio. Martin Luther King apprezzò la lotta sindacale che in quell’anno fatale si svolse nel settore dei rifiuti, a Memphis, e si spenderà per l’alleanza tra movimento per i diritti civili e movimento sindacale. Non vedrà la fine vittoriosa della lotta sindacale dopo 65 giorni di sciopero, assassinato proprio a Memphis, il 4 aprile 1968.

*** fine prima parte di tre


NOTE:
Articolo pubblicato su Lavoro Italiano Dicembre 2019
[1] Steven Greenhouse, Beaten Down Worked Up – the Past, Present, and Future of American Labor (2019)

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