• 21 Ottobre 2020 12:47

“A colloquio con Franco Ferrarotti” a cura di Carmelina Sicari

Oggi, 7 aprile 2019, vogliamo fare gli auguri per i suoi 93 anni

a Franco Ferrarotti sociologo italiano di fama internazionale. 

Ferrarotti 1958

Franco Ferrarotti fu tra i collaboratori di Adriano Olivetti dal 1948 per circa dodici anni e, in rappresentanza del Movimento Comunità, deputato indipendente al Parlamento per la III Legislatura (1958-1963) della Repubblica Italiana (subentrò in Parlamento, ad Adriano Olivetti, dopo le sue dimissioni, il 12 novembre 1959).

Su invito di Italo Viglianesi, partecipò alla costituzione della UIL 5 marzo 1950 e al primo congresso UIL nel 1953.

Fra gli anni Cinquanta e Sessanta ha condotto una serie di ricerche sul sindacalismo, la trasformazione del lavoro, le comunità, la sociologia urbana. Ha studiato il caso romano in relazione ai temi della nuova emarginazione.

[…] (…)ff2Ho incontrato Adriano Olivetti nella tarda estate del 1948. Avevo già vissuto un anno a Parigi e un anno e mezzo a Londra.   Inoltre, nell’immediato dopoguerra, mi ero dedicato a una intensa attività propagandistica in nome delle sinistre unite.  Ero un convinto, come si  diceva, <<socialfusionista>>.    Consideravo , in una vena trotskista, che Mussolini, Hitler, Stalin erano dittatori e criminali della stessa pasta.

 

Vedevo con chiarezza che le sinistre in Italia non erano mai riuscite a dar vita ad un autentico riformismo; oscillavano tra un rivoluzionarismo verbale e velleitario e una politica socialdemocratica rinunciataria.   La forza della conservazione, anche reazionaria, in Italia deriva dall’auto dilaniarsi delle sinistre.   Il primo incontro con Olivetti fu un quasi – scontro: lui esaltava i laburisti inglesi di Clement Attlee; io, che li conoscevo direttamente, sostenevo che le riforme puramente giuridiche, come le nazionalizzazioni, non mutavano in meglio il vissuto operaio.

Olivetti mi fece ripetere tre volte i miei argomenti contro l’ottimismo normativo.   Aveva una incredibile fiducia nelle idee.   Mi regalò, a me da sempre onnivoro e dispersivo, un’idea centrale: <<la globalità coordinata>>.   Da qui, la tecnica – e non solo la propaganda – delle riforme.   Oggi che sono morti Geno Pampaloni e Renzo Zorzi, sono rimasto l’unico testimone, oculare e auricolare, fin dalle origini,  dell’esperienza di <<Comunità>>.   Il Cavanese fu il nostro laboratorio.   Le tecniche riformistiche si realizzavano e giustificavano come riforme vissute, sul piano della convivenza quotidiana seconda una varietà di aspetti, rigorosamente coordinati.

La fabbrica non poteva essere solo produttrice di profitti e ricchezza per gli azionisti privati proprietari pro quota.

Nel pensiero e nell’azione riformistica di Comunità di fabbrica era anche una <<impresa sociale>>, fondata su un nuovo concetto di proprietà, né privata né statale, bensì plurima: una sorta di quadruplice radice della legittimità proprietaria che si ricollegava: Ferrarotti con Olivetti Ivrea 1948alla componente tecnologica (Politecnico di Torino); al comune in cui la fabbrica risiedeva (Comune di Ivrea) e così si sconfessava l’irresponsabilità etica delle compagnie multinazionali e la loro territorialità; gli operai, dai dirigenti ai manovali comuni, con la <<Fondazione operaia>>; come premio di consolazione, e ad evitare strappi violenti, una quota minoritaria ai vecchi proprietari – azionisti privati.(…)

(…)Verso gli anni Quaranta lavoravo stabilmente con Adriano Olivetti.   Avevo la libertà assoluta di girovagare per l’azienda, partire e tornare, viaggiare fra Ivrea e il resto del mondo ed un piccolo ufficio accanto a quello del Presidente.   Ma ero preso dal mio “spirito rivoluzionario”, così un giorno chiesi di lasciare la scrivania per l’officina.

Il lavoro in officina è stato per me una salutare lezione di modestia.   La vita in fabbrica è certamente piena di umiliazioni, da caserma di terz’ordine, di noia e di offese, in certe situazioni quotidiane, alla dignità personale.   Sono uscito dall’esperienza di lavoro in fabbrica con la convinzione che bisognava far esplodere e risolvere positivamente il suo paradosso: una struttura di duro dominio che non poteva però funzionare senza collaborazione.(…)[…] p.32

 

Disponibile presso la BIBLIOTECA NAZIONALE UIL ARTURO CHIARI

 

Loredana Pietri

Topo di biblioteca presso la sede della Biblioteca Nazione UIL Arturo Chiari in via Lucullo 6 a Roma