Valerio Castronovo, L’autunno della sinistra in Europa

La parte migliore del libro è la prima, in cui si descrivono i problemi che la sinistra di inizio secolo avrebbe dovuto affrontare visti i cambiamenti in atto, superando gli schemi tradizionali, ma non ne fu capace.

Con l’11 settembre 2001 e il terrorismo, la crisi del 2008 e le persistenti politiche di austerità, il crescere dell’immigrazione non regolata, l’allargamento prima e la crisi poi dell’Unione Europea, tutto si fece ancora più complicato, ma al cuore del problema rimasero soprattutto i nodi non risolti della prima ora.

Scrive Castronovo che la sinistra agli esordi del XXI secolo era saldamente insediata al timone dei principali paesi europei: Francia (Jospin), Germania (Schröder), Gran Bretagna (Blair), Italia (D’Alema). Avrebbe dovuto ridisegnare il welfare e revisionare l’interventismo dello stato per coniugare dinamismo economico e giustizia sociale, ma non seppe farlo.

La sinistra di allora si presentava in due diverse declinazioni: Blair (la terza via) e Jospin (approccio più tradizionale). La confluenza tra le due impostazioni era possibile. Schröder, con il Neue Mitte (nuovo centro), si propose come linea mediana tra terza via ed étatisme (statalismo alla francese), ma non ebbe successo.

Anche in America a cavallo del millennio era l’ora della sinistra, con Clinton, “radical” più che “liberal”, con idee che sembrano avvalorare le scelte di Blair, come l’accento sul workfare più che sul welfare.

Qui Castronovo propone un confronto tra Europa ed America. Gli Europei – nota – erano convinti della superiorità del loro welfare (la spesa per lo stato sociale era in Europa del 27% del PIL contro il 5% negli USA, con situazioni come i 40 milioni di statunitensi senza assistenza sanitaria) e della maggior equità della loro distribuzione del reddito. Ma in Europa c’erano più poveri e più disoccupati che in America ….

La Germania a inizio secolo era il malato d’Europa. Schröder, vista l’impossibilità di fare passi avanti comuni insieme agli altri partiti socialisti, si smarca dalla sinistra francese e da quella italiana e si impegna nelle riforme interne, con il ministro Hartz, e nell’integrazione della ex-Germania Est.

La guerra di Bush in Iraq dividerà gli Europei, e le sinistre europee. Ma la divisione non è solo sull’America, ma sulla stessa Europa, tra comunitari ed intergovernativi.

La scelta della Francia di candidare alla guida della commissione per la stesura del trattato costituzionale europeo Valéry Giscard d’Estaing invece che Jacques Delors fu una chiara scelta a danno della prospettiva comunitaria.

Con le presidenziali francesi del 2002, l’ascesa del Fronte Nazionale di Jean-Marie Le Pen rappresentò il primo sintomo di un’inversione politica, che vedrà ovunque negli anni successivi la crescita del nazional-populismo.

Il racconto di Castronovo arriva fino alla vigilia delle elezioni tedesche del 2017. Due aspetti vanno rilevati: 

– la centralità della questione dell’immigrazione non regolata come causa prima della crescita dei populismi (e delle destre estreme); 

– il biasimo alle formazioni di estrema sinistra che scelgono la via delle scissioni e delle separazioni invece di far fronte comune: da Die Linke a Podemos, da Mélenchon a Bersani-D’Alema, perseguendo una rifondazione della sinistra europea “anche a costo di frantumarla e di lasciare perciò il passo sia al centro-destra sia all’estrema destra nazional-populista.”

Castronovo è però altrettanto critico con i partiti socialisti europei, che non hanno saputo fare proposte comuni su nessun tema, dal superamento delle politiche di austerità a politiche di regolazione dell’immigrazione, a nuovi assetti per l’Europa.


Dicembre 2017
Roberto Campo – Presidente dell’Istituto Studi Sindacali

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