Martin Lutero nel gran discorso di Thomas Mann sulla Germania e i Tedeschi tenuto a Washington il 6 giugno 1945

Thomas Mann ripercorre brevemente la storia della Germania, appena sfociata nell'”inesprimibile male che questo popolo sciagurato ha fatto al mondo”. Ecco Martin Lutero, “in buon parte l’uomo del medioevo”. Mann non lo ama perché antiromano e antieuropeo. Alludendo ai celebri discorsi a tavola, scrive “non mi sarebbe piaciuto essere ospite alla tavola di Lutero, mi sarei probabilmente sentito come nella dimora di un orco, mentre sono persuaso che me la sarei cavata molto meglio con Leone X, cioè con Giovanni de’ Medici, il cortese umanista, che Lutero soleva chiamare “la scrofa del demonio”, il Papa”.

Thomas Mann riconosce a Lutero una bivalenza: forza liberatrice e insieme reazionaria. “Egli fu un eroe di libertà, ma secondo lo stile tedesco, giacché non capiva nulla di libertà”. Si tratta, spiega Mann, del concetto tedesco di libertà, rivolto solo all’esterno, libertà dei Tedeschi rispetto agli altri popoli, o sopra gli altri popoli, e non libertà rivolta all’interno, libertà dei Tedeschi come cittadini.

Lutero odiò la rivolta dei contadini. Avrebbe potuto imprimere a tutta la storia tedesca una direzione più felice, avviandola verso la libertà, anche quella interna. E invece, “fece ammazzare i contadini come cani rabbiosi, gridò ai principi che era venuto il momento di conquistarsi il regno dei Cieli scansando il bestiame contadinesco”.

Thomas Mann contrappone a Martin Lutero la figura di Tillman Riemenschneider, “un pio artista, scultore e intagliatore di legno, celeberrimo per (…) la nobiltà delle sue opere (…) che andarono ad ornare i luoghi di pietà della Germania intera. (…). Non aveva nulla del demagogo, ma il suo cuore, che batteva per i poveri e gli oppressi, lo costrinse a prender partito per la causa dei contadini (…) contro i signori, i vescovi e i principi, di cui gli sarebbe stato facile serbare l’umanistica benevolenza. (…). Gettò la propria libertà, la calma dignitosa della sua esistenza per la causa (…). Subì carcere e torture e ne uscì uomo finito, incapace ormai di ridestare la bellezza dal legno o dalla pietra.”

Da pensarci un po’, nel cinquecentesco anniversario della rivoluzione luterana.

Roberto Campo

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