socialisti e sindacatoI socialisti e il sindacato, 1943-1984 – a cura di Enzo Bartocci e Claudio Torneo. Siamo stati invitati come Istituto Studi Sindacali “Italo Viglianesi” alla presentazione del libro, terzo volume dell’indagine su Le culture del socialismo italiano, Viella Editrice, con scritti di Enzo Bartocci, Giorgio Benvenuto, Maria Paola Del Rossi, Emilio Gabaglio, Fabrizio Loreto, Antonio Maglie, Enzo Russo, Claudio Torneo, Tiziano Treu. Introduzione e coordinamento dei lavori affidati a Giuseppe Ciccarone, Presidente della Fondazione Giacomo Brodolini. Quattro relatori: Fausto Bertinotti; Gian Primo Cella; Piero Craveri; Adolfo Pepe. Conclusioni di Enzo Bartocci. Il volume è ben fatto ed interessante, gli interventi sono stati di taglio diverso e complessivamente efficaci nell’evidenziare alcuni temi di particolare significato.

Fausto Bertinotti ha esordito definendo quella socialista una storia conclusa. Qualche mese fa, ho ascoltato Fausto Bertinotti in un convegno sull’attualità di Benedetto Croce, e il suo esordio è stato analogo: niente più attualità, storia conclusa. Rivoluzionari e riformisti, dopo tanto duellare, sarebbero dunque caduti insieme. Imperversa un capitalismo, secondo Bertinotti, incompatibile con la democrazia. Oltre ad essere quella del socialismo italiano una storia conclusa, il relatore ha evidenziato che due dei tratti più significativi dell’esperienza sindacale italiana non provengono dalla sua matrice, ma sono apporti “stranieri”: la contrattazione e il sindacato dei consigli.

Il passaggio più significativo del contributo di Gian Primo Cella è stato quando ha rimarcato che il riformismo della CGL di prima del fascismo non è stato ripreso nel dopoguerra dalla CGIL. La figura di Bruno Buozzi: cancellata. Era più facile trovare un suo ritratto in CISL che il CGIL, ha ironizzato Cella. Altri grandi riferimenti socialisti e riformisti: Gino Giugni; Franco Momigliano. Anche qui, Cella annota che la cultura della politica dei redditi, di cui i due personaggi sono stati studiosi e promotori, non è diventata patrimonio della CGIL.

Piero Craveri è tornato sulla figura di Bruno Buozzi, sottolineando il suo disaccordo con i comunisti, Roveda e Di Vittorio, su importanti aspetti del nuovo sindacato unitario in via di definizione, tra cui il tema della rappresentanza - su cui la sintonia maggiore era tra Buozzi e il cattolico Grandi -, e rilevando un suo inspiegabile abbandono da parte della rete clandestina nei giorni che precedettero l’arresto e l’assassinio. Craveri ha poi parlato anche di Italo Viglianesi. Ci voleva un bel coraggio – ha detto - a costruire un sindacato nell’Italia del secondo dopoguerra avendo come riferimento due partiti relativamente piccoli come quelli socialdemocratico e repubblicano: bisogna dare atto a Viglianesi di aver affrontato una sfida difficile e di averla vinta.

Adolfo Pepe ha incentrato il suo intervento su due interrogativi tra loro correlati. Il Congresso di Stoccarda della Seconda Internazionale, nel 1907, aveva sancito che gli strumenti del movimento operaio erano due, il partito e il sindacato. Oggi, il partito non c’è più, non c’è più nemmeno la sua funzione. Può il sindacato affidare il suo futuro  – si domanda Pepe  – alla sola cultura socialista? Oppure si potrebbe prendere in considerazione l’attualità della ripresa di una cultura tradeunionistica?

Enzo Bartocci ha apprezzato gli spunti venuti dai quattro relatori, che potrebbero essere ripresi ed indagati in un ulteriore volume della ricerca. La figura di Bruno Buozzi – ha detto il Professore – non è pensabile se non nel rapporto con Turati. Le due funzioni codificate dal già ricordato Congresso di Stoccarda della II Internazionale convergono su un fine, che non è rivoluzionario, ma riformista. Non è un caso che Giorgio Benvenuto abbia ripreso come figura di riferimento per la UIL nel sindacalismo pre-fascista Bruno Buozzi e non Rinaldo Rigola, apprezzato invece particolarmente da Di Vittorio. E il contrasto maggiore tra Buozzi e  Rigola fu proprio a proposito del partito del lavoro, che Rigola aveva in animo di provare a realizzare.

Con interesse abbiamo partecipato a questa presentazione, perché i temi che solleva sono gli stessi che ci vedono impegnati come Istituto Studi Sindacali. Anzitutto, nel costruire un allaccio quantomeno ideale con la cultura riformista del primo sindacalismo italiano. In secondo luogo, nell’obiettivo di contribuire a delineare i tratti di un nuovo ciclo riformista che affronti i problemi di oggi con la stessa forza con cui il riformismo politico e sindacale di ieri seppe edificare un dopoguerra di crescita economica, sociale, democratica, politica, sindacale.

Roberto Campo (Istituto Studi Sindacali Italo Viglianesi)

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