Roma sabato 10 giugno 2017 ore 10:00,
Lungotevere Arnaldo da Brescia, davanti al monumento commemorativo
 
PERCHÉ RICORDARE
 
gmatteottiRicordare Matteotti in occasione della ricorrenza del novantatreesimo anno dalla morte è un dovere per chi crede alla democrazia, specialmente quando essa è sottoposta ad attacchi critici fino a mettere in dubbio che possa ancora valere come àncora di salvezza di fronte alla marea montante del relativismo politico. 
 
È un dovere per la Fondazione a Lui dedicata, ricordare, specialmente alle nuove generazioni, che 93 anni fa Giacomo Matteotti veniva barbaramente ucciso dai nemici della democrazia e del socialismo. 
 
La logica della dittatura nascente, attraverso lo squadrismo, spingeva i nuovi barbari a compiere sull'altare della forza e della violenza il rito sacrificale di un nemico considerato un ostacolo all’affermazione piena di un regime che allo strumento della ragione ha preferito quello della violenza. 
 
Il suo martirio, il cui significato per la storia politica italiana va oltre ogni àmbito più strettamente ideologico, è posto al crocevia delle diverse strade da cui è stato attraversato un Paese, come l'Italia, proiettato alla realizzazione, in chiave moderna, del compito civile e politico che il Risorgimento aveva affidato alle nuove generazioni. 
 
Un crocevia difficile, dove i problemi e le anomalie di un Paese, fortemente caratterizzato da spinte politiche contrastanti e da consistenti spinte anarcoidi, venivano ingigantiti ed esasperati dal clima di inconciliabile e incomprensibile diversità di cui si nutriva anche il socialismo italiano che si trovava a rappresentare la speranza e lo strumento di una trasformazione che si sarebbe forse potuta guidare e promuovere costruttivamente. 
 
Entro la vita di questo socialismo tormentato, matrice e sostegno dell’impegno del socialista Matteotti, si è consumata in Italia gran parte della vitalità pratica insita in una idea cosi carica di promesse, ma anche la più estrema scommessa tra due dei suoi figli diversi: Benito Mussolini e Giacomo Matteotti. Ironia della sorte: la storia della democrazia italiana trovava nel 1924 schierati in campo e combattenti a loro modo vigorosi, l'un contro l'altro armati, due figli del socialismo. 
 
A noi spetta il dovere di intendere appieno il significato politico della partecipazione di Matteotti alle vicende dell’Italia del suo tempo. Perciò noi dobbiamo restituire alla sua figura di combattente per la democrazia la dimensione storica che gli compete, facendo convergere il nostro sentimento di venerazione verso una puntuale ricostruzione del suo pensiero e delle sue azioni politiche. Ciò servirà a farci comprendere il peso che lui ha avuto, in sede politica, nell’identificare lucidamente la natura reale del fascismo. 
 
Noi lo ricordiamo restituendogli l’identità di un “operaio” della politica, di un attivista intransigente destinatosi alla costruzione di una società equa e giusta, governata dal diritto contro le tentazioni autoritarie che ormai dominavano nei progetti e nell’opera un Paese disorientato e prostrato dopo il conflitto mondiale. Se si pensa a quale triste condizione di crisi ideale la politica oggi versa, guardare a Matteotti può significare la ripresa di un impegno forte verso la costruzione di una società autenticamente democratica.
 
La sua uccisione fu la conseguenza di un comportamento ispirato alla costanza con cui gestiva la sua missione e al martellamento degli interventi contro il fascismo dilagante. La sua azione non aveva tregua. Egli rappresentava quella categoria di politici che dedicavano la propria vita a individuare i problemi del Paese e a indicarne le soluzioni. 
 
L’impressione che si ricava dalla lettura e dall’analisi dei discorsi parlamentari di Matteotti è prima di tutto quella di un deputato fagocitato dalla conoscenza e da una mole imponente di attività.
 
Appare perciò del tutto convincente l'immagine che di Matteotti ha tracciato Oddino Morgari su «Rinascita socialista» (Parigi 1-15 Maggio 1930): “Era un analizzatore ed un documentatore: specie rara in Italia... Passava ore ed ore nella biblioteca della Camera a sfogliare libri, relazioni, statistiche, da cui attingeva i dati che gli occorrevano per lottare, con la parola e con la penna, badando a restare sempre «fondato sulle cose».
 
Credeva che il fare così fosse un debito di probità intellettuale verso se stesso ed anche verso le masse, le quali hanno diritto di pretendere che i loro condottieri non le illudano... Era un lavoratore instancabile onnipresente... Compulsava e sforbiciava libri, giornali, pubblicazioni ufficiali per ricavare il materiale da far servire alla lotta; scriveva lettere ed articoli, correggeva bozze di stampa. Diramava circolari; accorreva nascostamente nei luoghi dove più imperversava il fascismo; alla Camera parlava in riunioni, in commissioni e nell'aula...”. In Parlamento si impose dunque subito.
 
I suoi discorsi erano sempre ascoltati e suscitavano contrasti e polemiche. Nelle questioni di finanza, di economia, di politica interna il suo impegno sembrava operare all'interno dello stato «borghese» liberale, perché la gestione della cosa pubblica fosse ispirata da criteri di rettitudine, di efficienza, di tutela dell'interesse della collettività contro gli assalti avidi dei gruppi privati. 
 
Nella storia della democrazia italiana e del socialismo riformista, nel bene e nel male, Matteotti si colloca come un preciso riferimento: per il socialismo rappresenta l'assertore costante, anche se a volte con qualche oscurità, della linea riformista; una collocazione che non abbandonerà mai, anche quando alcune situazioni particolari (per esempio l'esplodere della esasperazione delle masse popolari nell'immediato primo dopoguerra) lo avrebbero spinto in tale direzione. Per la democrazia italiana ha rappresentato di fatto, per una specie di felice paradosso, il punto critico del valore delle istituzioni democratiche. Queste sopportavano l'attacco maggiore in coincidenza con la morte di Matteotti; ma questo atto decisivo era anche l'emergere di un riferimento ideale insopprimibile. Non dimentichiamo che quell'evento circolò come una tacita maledizione nel cuore del fascismo e come una implicita forza morale in quanti, nell'esilio e in patria, attendevano l'ora della ripresa. Inoltre la morte di Matteotti diede vigore interiore a molti che la prepotenza del fascismo andava fiaccando. 
 
Ricordare Matteotti oggi serve non solo per capire la statura politica del personaggio, ma anche per fornire incitamento a coloro che ancora credono al riformismo come ad una formula di corretta organizzazione e di soddisfazione dei bisogni e dei diritti umani. Oggi lo ricordiamo perché la memoria di questo grande antifascista non venga offuscata o offesa da atti poco nobili, come quello espresso da un sindaco fascista, di volergli togliere il nome da una piazza o come la frantumazione della lapide commemorativa di poco tempo fa compiuta in questo luogo.
 
L’entusiasmo con cui oggi lo ricordiamo è il segnale di una disposizione palese in molti di noi a ricercare esempi nobili di uomini che agendo in Parlamento per la libertà e la democrazia hanno affrontato difficoltà e persecuzioni fino al martirio. 
 
Non dimentichiamo e ricordiamocelo spesso che Matteotti è il capostipite di un gruppo molto ampio di coloro che offrendo la propria vita hanno contribuito a fare dell’Italia un Paese moderno e civile. Tra i tanti che hanno operato e sono morti per debellare l’hydra perniciosa del fascismo ricordiamo almeno alcune vite troncate, direttamente o a conseguenza della violenza subita, in nome dello stesso sacrificio compiutosi con la barbarica morte di Giacomo Matteotti: Giuseppe Di Vagno - Giovanni Amendola - Piero Gobetti - i fratelli Rosselli - Bruno Buozzi. Ad essi, ma anche ai tanti altri che hanno subito nella propria vita l’oppressione dello Stato fascista, va la riconoscenza di tutti coloro che alla indifferenza per la politica e alla barbarie della dittatura sempre ricorrente preferiscono il progresso della civiltà nella libertà dei popoli.
 
Angelo G. Sabatini
Fondazione Giacomo Matteotti

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Martedì 9 Maggio 2017

L’Istituto di Studi Sindacali Italo Viglianesi partecipa insieme alla Fondazione Brodolini e alla Fondazione Di Vittorio ad una ricerca sull’esperienza della Federazione Unitaria Cgil-Cisl-Uil 1972-1984. Il punto di partenza di questo lavoro è il convegno che si terrà domani, martedì 9 maggio 2017, ore 9.30, presso la Facoltà di Economia dell’Università La Sapienza.

Il convegno si svolgerà in due sessioni: la mattina con le relazioni su aspetti specifici che hanno caratterizzato la fine degli anni ’60; il pomeriggio si confronteranno tre segretari confederali, tra cui il nostro Domenico Proietti, con Giorgio Benvenuto, protagonista di quegli anni. In allegato, la locandina dell’iniziativa. Fraterni saluti.

Il Presidente dell’ISS

Roberto Campo

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