310px Old UIL emblemOgni compleanno dopo gli “anta” presume un passaggio, anche veloce, un bilancio sulle vicende che hanno caratterizzato il percorso di vita per poter guardare con ottimismo o severità alla prosecuzione “dell’avventura”.

Per le organizzazioni complesse e articolate diventa difficile poter ragionare distesamente, immaginando pregi e difetti equamente distribuiti, poiché scelte e decisioni sono state prese da persone diverse e in periodi storici e contingenze sociali differenti. Ma, anche se può sembrare un gioco, un esercizio di fantasia, le vicende che hanno portato la UIL a festeggiare questa ricorrenza sono tutte presenti ed offrono un’occasione per parlare di noi. Di un sindacato che quotidianamente da sessantotto anni prova e riesce ad essere vicino a chi lavora, a chi cerca di reggere l’urto delle crisi imprenditoriali e dei valori che hanno fatto forte la nostra democrazia e a chi non si scoraggia davanti alle minacce e alle intimidazioni ideologiche o mafiose. Un impegno che dal passato ad oggi segna la differenza tra chi crede o no che ci sia anche solo una possibilità di migliorare la realtà che ci circonda.

Certo il mondo è cambiato. Le tecnologie sono state travolgenti nel tempo e il lavoro e le modalità delle relazioni hanno subito particolari modificazioni. Ci sono stati mutamenti qualitativi nella direzione di un nuovo tipo di sviluppo economico. Tuttavia, nonostante ciò, il valore della solidarietà, della partecipazione democratica, la diffusione della consapevolezza che sono necessarie risposte concrete ai bisogni delle nuove generazioni, la ricetta dell’unità che deve indirizzare l’azione hanno permesso alla UIL di continuare ad essere un soggetto centrale nell’iniziativa sindacale. Il tempo trascorso ha consegnato alla storia italiana il sindacato che pragmaticamente indica soluzioni e suggerisce percorsi e riforme che permettono al lavoratore di riappropriarsi del proprio ruolo di cittadino.

Questa riflessione porta ad avere una cognizione sulle grandi conquiste che hanno accompagnato la crescita di questo Paese - perché è bene chiarirlo una volta per tutte che la storia della UIL è parte della storia di questo Paese - come sulle scelte pratiche e contingenti che continuamente le lavoratrici e i lavoratori hanno chiesto, chiedono e chiederanno di fare, e che molte volte “altrove” non si ha il coraggio di compiere. Sulla tutela e sull’assistenza che i più deboli reclamano, laddove non sempre trovano interlocutori capaci di capire e impegnarsi, sulle risposte ai giovani e a chi ha perduto il lavoro.

I confronti su situazioni fondamentali come il rapporto con i nuovi lavori, la robotizzazione dei processi produttivi, le nuove flessibilità, la crisi del welfare, come ora si conosce, insieme con un diverso rapporto con l’Europa e gli organismi internazionali sono divenute le sfide del futuro immediato. Laddove sono necessarie indicazioni concrete di cosa si possa fare per la difesa del lavoro e dei lavoratori.

In questo contesto, questo compleanno giunge con il congresso di giugno alle porte e in particolare, con la Uil in crescita. Questo risultato è entusiasmante e i suoi frutti sono il risultato premiante dell’impegno del lavoro svolto in questi ultimi anni dalla nostra Organizzazione, a tutti i suoi livelli, dai singoli delegati sino alle strutture nazionali.

E questo, consentitemelo, è la ciliegina sulla torta.

Paolo Saija - Istituto di Studi Sindacali Italo Viglianesi

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uil"il 5 marzo 1950,ci fu la nascita della UIL e diede vita ad una organizzazione laica e indipendente che rifiutava le egemonie partitiche nel sindacato, così come di essere solo uno strumento “che esaurisce le sue funzioni nelle rivendicazioni salariali e nella regolamentazione dei diritti e doveri dei lavoratori in fabbrica o nella azienda”, ma bensì con l’autonomia di divenire una Confederazione capace di affrontare “tutti i problemi che investono direttamente o indirettamente gli interessi della classe lavoratrice” in modo da non lasciare “ alla sola iniziativa parlamentare e dei partiti politici di occuparsi dei suoi problemi, ma di affrontarli sostenuti dal sindacato con l’eventuale appoggio dei partiti senza però vincolare la sua azione a questo o quel partito”

[...] Ho visto nascere la UIL dall'esterno, ma simpatizzavo con essa. Il nucleo promotore della UIL, il motore che le diede vita, furono certo i sindacalisti socialisti usciti o espulsi dalla CGIL per aver seguito la scissione di Romita nelle file del PSI: Viglianesi, Dalla Chiesa, Bulleri e altri. Ad essi si aggiunsero i repubblicani ed i socialdemocratici che non avevano accettato la confluenza della loro FIL nella CISL. Ma la UIL rappresentò in realtà l’impresa di contatto dei lavoratori che condividevano le esigenze di un movimento politico che affondava le radici in quell'area della sinistra democratica che andava da Ignazio Silone agli ex azionisti e a tutti quei dirigenti socialisti che si battevano su posizioni di autonomia del partito comunista, anche se non erano usciti con la scissione di Palazzo Barberini.


Ignazio Silone era il capo morale e il punto di riferimento politico di questo arco di personaggi con estradizione ed esperienze politico-culturali anche diverse, ma cementati dalla lotta antifascista. Essi avevano approvato la ribellione di Saragat allo stalinismo del PSI - allora si diceva fusionismo - ma ritenevano che il PSLI fondato dallo stesso Saragat fosse troppo legato alla Democrazia Cristiana. I gruppi influenzati da Ignazio Silone nutrivano insomma nei confronti di Saragat una divergenza tattica: criticavano l'adesione in condizioni di minorità e di debolezza ad un governo egemonizzato dalla Democrazia Cristiana. Nei confronti del PSI la divergenza era invece di principio, ideale, profonda: era infatti problema di principio il rifiuto dello stalinismo. A questi gruppi aderirono Giuseppe Romita e altri socialisti che uscirono dal PSI nella primavera del 1949. Vi aderirono anche numerosi deputati e dirigenti dello stesso partito di Saragat. Si ritenevano infatti mature le condizioni per una iniziativa costituente che raccogliesse tutti i socialisti democratici. Ma Saragat era diffidente, non accettò l'unificazione immediata, e per questo Romita e Silone fondarono il PSU.


Esso rappresentò un pò una anticipazione di quel che oggi sta realizzando Bettino Craxi: il PSU era una forza socialista anti staliniana, autonoma sia del partito comunista, sia dalla Democrazia Cristiana. Silone fu dunque un anticipatore, come lo fu del resto per gli ideali europeisti: non bisogna dimenticare che quando uscì dal PSI con la scissioni di Palazzo Barberini, egli non aderì al PSLI di Saragat, ma fondò un piccolo gruppo che si chiamava "Europa Socialista" Una anticipazione appunto di quel movimento vero l'unità europea che nelle sinistre si sarebbe realizzato molti anni dopo. E' proprio questo il retroterra della UIL" 


[...] "Nel PSLI di Saragat non entrammo dopo la scissione di Palazzo Barberini, figurarsi se potevamo farlo due anni dopo... A torto o a ragione consideravamo gli altri come troppo moderati, troppo filoamericani, troppo filogovernativi... Sognavamo, diciamo così, un altro tipo di sindacato, così come ce l'aveva raccontato il Sen. Carmagnola, che aveva vissuto nella CGIL prefascista. Un sindacato ispirato alla democrazia e al socialismo.
Di lì nascevano il nostro sento dell'autonomia dal PCI e le radici di pensiero politico da cui crebbe la pianta del sindacato. Ricordo anzi che quel 5 marzo 1950 quando fondammo a Roma la UIL, qualcuno avanzò obiezione a denominare la nuova organizzazione con la sigla UIL. Rappresentava certamente un ponte ideale con il sindacalismo prefascista, ma non si potevano neanche dimenticare le idee rivoluzionarie di questa prima UIL di quel tempo... Noi volevamo invece una organizzazione profondamente diversa... 


Ecco perché non entrammo nella FIL. Figuratevi poi che cosa poteva significare l'adesione all'organizzazione di Partore! Chi poteva dimenticare le sue origini! La definivamo il sindacato dei preti e dei vescovi... Beh non scherzavamo tanto neanche noi... Il fatto è che a quei tempi far politica non aveva il senso di oggi. Era il momento della grandi scelte ideali, delle opzioni di fondo. Le cose assumevano fatalmente contorni esasperati".

 

Tratto dal libro "La fondazione della UIL: I testimoni" Interviste a Leo Valini, Paolo Vittorelli, Franco Novaretti a cura di Arnaldo Plateroti

Disponibile presso la Biblioteca Nazionale UIL Arturo Chiari

Larizza e la bandiera azzurraLa UIL adottò la bandiera azzurra, al posto della rossa, nel suo XII Congresso nazionale, che si svolse a Bologna nei giorni 4-8 febbraio 1998. L’Europa, già evocata nelle ultime bandiere rosse Uil dalle dodici stelle, veniva così richiamata anche nel colore. Da allora, il pluralismo sindacale italiano fu caratterizzato anche da un colore diverso per ciascuna delle tre grandi confederazioni.

Le manifestazioni unitarie restituirono la bellezza della policromia che andava in scena. Al valore dell’unità d’azione si accompagnava, naturalmente, anche la competizione sulla consistenza dell’apporto di ciascuna organizzazione alla riuscita dell’iniziativa e la capacità di renderla visibile.

Così come il diffondersi della pratica dell’elezione dei delegati sindacali, anche l’affermazione dei propri colori nei cortei, ai comizi, negli scioperi e nelle manifestazioni di piazza ha rappresentato una sfida, raccolta dalla Uil e vinta. Sempre di più, la Uil ha acquistato fiducia nei propri mezzi, consolidando il sentimento di non sentirsi seconda a nessuno, e le bandiere azzurre hanno colorato tanto del sindacalismo italiano negli ultimi vent’anni.

Foto: il momento in cui il segretario generale della Uil Pietro Larizza mostra ai delegati al XII Congresso (1998) la nuova bandiera azzurra.

Roma, 7 febbraio 2018

socialisti e sindacatoI socialisti e il sindacato, 1943-1984 – a cura di Enzo Bartocci e Claudio Torneo. Siamo stati invitati come Istituto Studi Sindacali “Italo Viglianesi” alla presentazione del libro, terzo volume dell’indagine su Le culture del socialismo italiano, Viella Editrice, con scritti di Enzo Bartocci, Giorgio Benvenuto, Maria Paola Del Rossi, Emilio Gabaglio, Fabrizio Loreto, Antonio Maglie, Enzo Russo, Claudio Torneo, Tiziano Treu. Introduzione e coordinamento dei lavori affidati a Giuseppe Ciccarone, Presidente della Fondazione Giacomo Brodolini. Quattro relatori: Fausto Bertinotti; Gian Primo Cella; Piero Craveri; Adolfo Pepe. Conclusioni di Enzo Bartocci. Il volume è ben fatto ed interessante, gli interventi sono stati di taglio diverso e complessivamente efficaci nell’evidenziare alcuni temi di particolare significato.

Fausto Bertinotti ha esordito definendo quella socialista una storia conclusa. Qualche mese fa, ho ascoltato Fausto Bertinotti in un convegno sull’attualità di Benedetto Croce, e il suo esordio è stato analogo: niente più attualità, storia conclusa. Rivoluzionari e riformisti, dopo tanto duellare, sarebbero dunque caduti insieme. Imperversa un capitalismo, secondo Bertinotti, incompatibile con la democrazia. Oltre ad essere quella del socialismo italiano una storia conclusa, il relatore ha evidenziato che due dei tratti più significativi dell’esperienza sindacale italiana non provengono dalla sua matrice, ma sono apporti “stranieri”: la contrattazione e il sindacato dei consigli.

Il passaggio più significativo del contributo di Gian Primo Cella è stato quando ha rimarcato che il riformismo della CGL di prima del fascismo non è stato ripreso nel dopoguerra dalla CGIL. La figura di Bruno Buozzi: cancellata. Era più facile trovare un suo ritratto in CISL che il CGIL, ha ironizzato Cella. Altri grandi riferimenti socialisti e riformisti: Gino Giugni; Franco Momigliano. Anche qui, Cella annota che la cultura della politica dei redditi, di cui i due personaggi sono stati studiosi e promotori, non è diventata patrimonio della CGIL.

Piero Craveri è tornato sulla figura di Bruno Buozzi, sottolineando il suo disaccordo con i comunisti, Roveda e Di Vittorio, su importanti aspetti del nuovo sindacato unitario in via di definizione, tra cui il tema della rappresentanza - su cui la sintonia maggiore era tra Buozzi e il cattolico Grandi -, e rilevando un suo inspiegabile abbandono da parte della rete clandestina nei giorni che precedettero l’arresto e l’assassinio. Craveri ha poi parlato anche di Italo Viglianesi. Ci voleva un bel coraggio – ha detto - a costruire un sindacato nell’Italia del secondo dopoguerra avendo come riferimento due partiti relativamente piccoli come quelli socialdemocratico e repubblicano: bisogna dare atto a Viglianesi di aver affrontato una sfida difficile e di averla vinta.

Adolfo Pepe ha incentrato il suo intervento su due interrogativi tra loro correlati. Il Congresso di Stoccarda della Seconda Internazionale, nel 1907, aveva sancito che gli strumenti del movimento operaio erano due, il partito e il sindacato. Oggi, il partito non c’è più, non c’è più nemmeno la sua funzione. Può il sindacato affidare il suo futuro  – si domanda Pepe  – alla sola cultura socialista? Oppure si potrebbe prendere in considerazione l’attualità della ripresa di una cultura tradeunionistica?

Enzo Bartocci ha apprezzato gli spunti venuti dai quattro relatori, che potrebbero essere ripresi ed indagati in un ulteriore volume della ricerca. La figura di Bruno Buozzi – ha detto il Professore – non è pensabile se non nel rapporto con Turati. Le due funzioni codificate dal già ricordato Congresso di Stoccarda della II Internazionale convergono su un fine, che non è rivoluzionario, ma riformista. Non è un caso che Giorgio Benvenuto abbia ripreso come figura di riferimento per la UIL nel sindacalismo pre-fascista Bruno Buozzi e non Rinaldo Rigola, apprezzato invece particolarmente da Di Vittorio. E il contrasto maggiore tra Buozzi e  Rigola fu proprio a proposito del partito del lavoro, che Rigola aveva in animo di provare a realizzare.

Con interesse abbiamo partecipato a questa presentazione, perché i temi che solleva sono gli stessi che ci vedono impegnati come Istituto Studi Sindacali. Anzitutto, nel costruire un allaccio quantomeno ideale con la cultura riformista del primo sindacalismo italiano. In secondo luogo, nell’obiettivo di contribuire a delineare i tratti di un nuovo ciclo riformista che affronti i problemi di oggi con la stessa forza con cui il riformismo politico e sindacale di ieri seppe edificare un dopoguerra di crescita economica, sociale, democratica, politica, sindacale.

Roberto Campo (Istituto Studi Sindacali Italo Viglianesi)

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burioniSi parla di vaccini e dell’orrido movimento contro i vaccini. Chi scrive è un microbiologo e virologo. Difende i vaccini, “forse la più grande conquista dell’uomo”, e i metodi della scienza che li hanno resi possibili, dai somari, i babbei che pur non avendo la minima nozione di medicina e di biologia, pur non sapendo cos’è un virus e come funziona un vaccino, si lamentano che dieci vaccini sono troppi, giurano che le malattie guariscono da sole grazie ai rimedi naturali, denunciano che le vaccinazioni obbligatorie servono solo ad arricchire le case farmaceutiche. 

Nel libro, risposte alle sciocchezze anti-vaccini: “si ammalano anche i non vaccinati”; “dieci vaccinazioni sono troppe”, “le malattie scompaiono da sole”; “chi viene vaccinato è contagioso per qualche giorno”.

I dati della copertura vaccinale negli Stati OCSE, con l’Italia all’ultimo posto, il che ha reso necessaria la scelta di renderla obbligatoria. 

Si nega il malinteso concetto di libertà di chi ritiene i propri bambini proprietà privata che si possono privare di protezioni cui hanno diritto come cittadini e di chi mette a rischio gli altri, soprattutto i neonati non vaccinabili, abbassando il livello di difesa del gruppo.

Roberto Campo - Presidente Istituto Studi Sindacali

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